Quando la politica abruzzese naviga in acque poco sicure. Secondo i recenti risultati della storica campagna della Goletta Verde di Legambiente, le acque abruzzesi sono risultate le più inquinate d’Italia, seconde sole a quelle del vicino Molise. L’89% dei campioni prelevati dal mare d’Abruzzo è risultato contaminato: dei 9 punti monitorati al largo degli oltre 125 km di costa, infatti, ben 8 sono risultati “fortemente inquinati”. Ma cos’è che di preciso sporca le nostre acque e la nostra salute?
Qualcosa o qualcuno ha reso meno azzurro il mare abruzzese. La ricerca condotta dal movimento ecologista non lascia spazio a possibili dubbi: “Il killer del mare è ancora una volta la mancata depurazione”.
La cosiddetta “Regione Verde” d’Italia – che da tempo avrebbe trovato nel turismo la sua vocazione sociale e imprenditoriale – occupa gli ultimi posti anche per quanto riguarda l’efficienza dei propri depuratori: è sufficiente considerare che sul 20% degli impianti locali è stata avviata una procedura di infrazione a livello europeo.
In sintesi, ben 97.666 abruzzesi sono costretti a tuffarsi in acque poco pulite e sicure.

Per risolvere quest’emergenza ambientale e sanitaria, cosa stanno facendo le nostre istituzioni?
La sezione locale del Movimento 5 Stelle, partito che da sempre vanta un forte spirito ambientalista e che può contare sul prezioso contributo di sei seggi presso il Consiglio Regionale, ha ingaggiato una pesante lotta ideologica contro il decreto Sblocca Italia, un provvedimento varato recentemente dal Governo Renzi che prevede una serie di misure a favore della realizzazione di opere pubbliche, della digitalizzazione, della ripresa delle attività produttive e dell’energia.
Ma di preciso, in che modo questo documento minaccerebbe la salute di noi abruzzesi? Semplice: tra le righe del testo, l’Esecutivo ha riconosciuto ufficialmente l’importanza strategica della produzione nazionale di idrocarburi, un settore che da sempre è stato visto da alcuni movimenti politici ed ecologisti come “ uno scempio ambientale”.
Anche il Forum abruzzese dei Movimenti per l’Acqua – che sul proprio sito ama definirsi come “quelli che vogliono l’acqua pubblica, quelli che credono che un bene universale fondamentale per la vita non debba essere affidato alle logiche del mercato e del profitto” – sono scesi in campo contro la “moribonda” industria petrolifera, responsabile del collasso ambientale e climatico in atto sulla terra”.
Ma quanto realmente questa Regione è minacciata dal petrolio?

A mettere ordine tra i dubbi leciti e gli inutili allarmismi ci ha pensato uno studio realizzato di recente da Confindustria Chieti che ha rilevato come, nonostante dal 1956 a oggi in Abruzzo siano stati realizzati ben 553 pozzi on-shore (a terra) e 184 pozzi off-shore (in mare), l’attività petrolifera “non ha mai prodotto incidenti da cui siano derivati danni all’ambiente o alla salute dei cittadini”.
Nonostante la conferma che questo settore industriale tuteli società ed ecosistema, però, nella stanza dei bottoni della politica abruzzese c’è ancora chi promuove e diffonde la cultura del “terrorismo ambientale”.
E’ recente infatti la notizia che il Consiglio Regionale consegnerà a breve il titolo di Ambasciatore abruzzese nel mondo alla Professoressa Maria Rita d’Orsogna, la Giovanna D’Arco 2.0 delle trivelle che da anni si fa conoscere più per la sua battaglia “no oil” piuttosto che la sua carriera di ricercatrice in America.

Eppure, per sua stessa ammissione, nonostante la battaglia personale portata avanti da anni e i post iper-tecnici pubblicati sul suo coloratissimo blog, la studiosa di origini abruzzesi riconosce di non essere “un’enciclopedia del petrolio”. Nel rapportarsi all’industria degli idrocarburi, la pasionaria si descrive piuttosto come “una che ci perde del tempo e che non vuole darla vinta ai prepotenti”.
A conferma di questa scarsa conoscenza dell’argomento, già Chicco Testa (storico presidente di Legambiente) ha fatto notare quanto fosse singolare che “la professoressa associata della California State University di NorthRidge CSUN abbia prodotto (come riportato dalla sua home page) 35 diversi studi che riguardano la matematica, la fisica, la biologia e finanche la criminologia ma nessuna ricerca che abbia mai sfiorato la geologia, la geofisica, il petrolio, il gas e temi connessi”.
A voler essere sospettosi, è probabile che le frange estremiste degli ecologisti che siedono all’interno del Consiglio Regionale abbiano esercitato pressioni per consegnare questa onorificenza alla Erin Brokovich abruzzese al fine di disorientare ulteriormente la popolazione su quelli che sono i reali nemici che inquinano la Regione.
Finché gli abruzzesi continueranno a credere che è il petrolio a contaminare le nostra acque, la classe dirigente regionale sfilerà ancora in prima fila nei cortei dei No Triv invece che accelerare la riparazione dei depuratori che giacciono fuori uso al largo delle nostre coste.

In un momento così delicato in cui la Regione, come il resto dell’Italia, lotta per ricostruire un apparato industriale che esce devastato da una crisi quasi decennale, anche la più nobile delle battaglie ideologiche può trasformarsi in uno strumento per arrivare alla tessera elettorale della collettività e, soprattutto, per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai reali problemi.
La difesa del proprio habitat è un processo fondamentale in una società civile, così come lo sfruttamento sostenibile di quelle risorse che potrebbero garantire il benessere economico. L’importante è che questi due aspetti non vengano mai messi in contrasto tra loro o, piuttosto, non siano strumentalizzati come slogan per ottenere maggiori consensi.
L’acqua è un bene prezioso, non sporchiamola più di quanto non lo sia già con il veleno più tossico che ci sia in giro: la menzonga.

FONTE: www.goccediverita.it